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MA CI POSSIAMO FIDARE?

  • 28/02/2023 14:25:07
  • In: News

Un articolo che abbiamo letto questa mattina ci da lo spunto per parlare di un problema che attanaglia il nostro settore.
L’articolo parla dei falsi prodotti bio presenti sul mercato.
Chi li controlla? Come li riconosciamo? Le certificazioni sono davvero utili?
Gli enti si fanno guerra tra di loro e noi alla fine non sappiamo cosa mangiamo.
Nel settore della detergenza il problema riguarda invece l’ecologia.
Noi personalmente crediamo poco all’efficacia dei detersivi eco nel settore industriale
che forse possono funzionare discretamente nel settore casalingo.
Molti prodotti in commercio di eco non hanno nulle se non una bella etichetta e nomi e prefissi che in qualche modo ricordano la naturalità del prodotto. (eco , bio, natural, vegetale, ecc.)
Questo fenomeno è chiamato GREENWASHING*, pratica purtroppo molto diffusa nella detergenza.
Non basta una bella etichetta ed un nome ecclatante per fare un detersio ecologico.
Ma poi cosa intendiamo per ecologico?
Nessun detersivo è amico della natura perchè in natura non esistono detersivi.
Quando leggo tensioattivi naturali mi si rizzano le carni.
In natura non esistono tensioattivi.
Anche se ricavati da prodotti naturali derivano comunque da una trasformazione dell’umo attraverso procedimenti chimici.
Qunidi nulla di naturale.
Se poi vogliamo fare i pistini allora tutta ciò che deriva dal petrolio è di origine naturale perché cosa c’è più naturale del petrolio? Insomma un gran pasticcio di fronte la quale ci va di mezzo solo in consumatore.



*Il termine è una sincrasi delle parole inglesi green (verde, colore simbolo dell'ecologismo) e washing (lavare) che richiama il verbo to whitewash (in senso proprio "imbiancare, dare la calce", e quindi per estensione "coprire, nascondere"): potrebbe pertanto essere reso in italiano con l'espressione "darsi una patina di credibilità ambientale".[4] La sua introduzione viene fatta risalire all'ambientalista statunitense Jay Westerveld, che per primo lo impiegò nel 1986 per stigmatizzare la pratica delle catene alberghiere che facevano leva sull'impatto ambientale del lavaggio della biancheria per invitare gli utenti a ridurre il consumo di asciugamani, quando in realtà tale invito muoveva prevalentemente da motivazioni di tipo economico.[5]

Già negli anni sessanta, tuttavia, con il primo timido affacciarsi del tema ecologico nel dibattito pubblico, alcune imprese furono indotte a darsi artatamente un'immagine più "verde", secondo una pratica che l'esperto pubblicitario Jerry Mander definì "ecopornografia".[6] Ma è stato soprattutto a partire dagli anni novanta che si è intensificato il ricorso alla pratica del greenwashing da parte delle imprese, alimentato dalla crescita dell'attenzione dei consumatori ai temi della tutela dell'ambiente e anche dell'incidenza dell'impatto ambientale sulle decisioni di acquisto o consumo. Una tendenza simile ha riguardato anche le organizzazioni politiche, alle prese con un'accresciuta sensibilità dei cittadini alle scelte di sviluppo sostenibile.

Il greenwashing è stato definito:

«Una forma di appropriazione indebita di virtù e di qualità ecosensibili per conquistare il favore dei consumatori o, peggio, per far dimenticare la propria cattiva reputazione di azienda le cui attività compromettono l'ambiente»

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